58. BIENNALE D’ARTE DI VENEZIA

“Ci sono cose che non conosciamo e in questo non conoscere noi troviamo la forza” di Matt Muller

L’arte con la sola sua presenza rende interpretabile il mondo di oggi, sconosciuto e soprattutto spesso confuso. Ha la capacità di infondere forza all’uomo affinché ritrovi quella volontà che le permetta di affrontare tutti i giorni la nostra contemporaneità nella quale vive. Quella che ci suggerisce “May You Live in Interesting Times” titolo della 58. Esposizione Internazionale d’Arte è una realtà vista da più punti: varietà e diversità fanno da presupposto comune ai lavori esposti all’Arsenale all’interno della mostra curata da Ralf Rougoff.

Uno sguardo sulla complessità dell’umanità, un augurio ironico che auspica periodi di incertezza, crisi e disordini. Populismi, migrazioni, surriscaldamento climatico un’era difficile da narrare in una storia lineare, un delirio collettivo che forse è proprio difficile da distinguere nella rete del linguaggio. L’arte offre una forma più adatta, universale, senza morale o esigenze di traduzione che si adatta alla frammentazione dei social e parla di quell’atmosfera di follia condivisa che ci sembra percepire fuori da noi, ma di cui in realtà noi tutti ne facciamo parte. Il curatore ha presentato il lavoro espositivo come una vera e propria sfida alla quale gli artisti hanno partecipato nei confronti di una serie di categorie “conceptual boxes” dove noi spettatori spesso tendiamo ad inserirli. Categorie di pensiero entro le quali risolviamo ciò che vediamo catalogando l’espressione creativa di artisti contemporanei secondo chiavi di lettura abituali e conosciute, nelle quali ci sentiamo a nostro agio.

In questa Biennale esiste un confronto attivo tra gli spettatori e i 79 artisti, i quali esprimono il proprio modo di vedere e vivere i nostri tempi, davvero un po’ strani. L’Arsenale si trasforma in una gigantesca Wunderkammer, una sorta di camera delle meraviglie dove si affrontano più punti di vista e prospettive diverse a volte contraddittorie, spesso concordanti, altre incompatibili con il proprio modo di essere o concepire l’arte. A tratti ho percepito come spettatrice un sentore di sfida nel provocare domande che esortino al confronto diretto. Le categorie di pensiero nelle quali siamo soliti conferire l’arte ecco che qui vengono completamente stravolte, sovvertite dalla necessità di dibattito tra gusti personali, esperienze di vita, racconti personali e riflessioni meta storiche e meta culturali di persone provenienti da tutto il mondo.

Questa Biennale risponde a mio avviso alla globalizzazione in maniera provocatoria rilanciando sul piano della sfida una biodiversità artistica senza frontiere o confini nazionali, ma stimolante e interessante nella sua diversità. Solo attraverso un discorso continuo sui diversi modi di concepire gli “Interesting Times” in cui viviamo si possono sottolineare i limiti delle attività e delle forme dell’umanità. Ovviamente si tratta di opere, performance, istallazioni diverse, alcune ricche di complesse visioni estetiche, altre più vicine al mondo tecnologico, del video e nuovi media, altre dal sapore figurativo pop.

Una varietà pazzesca che stimola un’esperienza estetica intensa, nella quale si incontrano artisti come l’indiano Shilpa Gupta e le sue affascinanti istallazioni sonore in cui lo spettatore diventa parte attiva.

Altre come le sorelle australiane Christine e Margaret Wertheim autrici di una serie di sculture a metà tra opere d’arte e modello botanico. Pensate che nel loro progetto realizzano ad uncinetto delle barriere coralline intrecciando fili, cavi elettrici, nastri VHS e perline. Per esempio l’opera “Crochet Coral Reef” sono reef creati che racchiudono il lungo tempo di realizzazione, ci inducono a riflettere sia sul concetto artificiale dell’opera esposta , sia su quello biologico della natura alla quale aspirano richiamando soprattutto l’attenzione sul pericolo che questi capolavori naturali stanno vivendo dovuto all’innalzamento della temperatura delle acque terrestri.

Il Padiglione Italia curato da Milovan Farronato parla di smarrimento e follia, una mostra a tutti gli effetti che forse per la prima volta secondo me mette in relazione in modo utile le opere degli artisti scelti per rappresentare il nostro Paese. Un labirinto all’interno del quale lo spettatore si perde in continuazione e all’interno di questa struttura illusoria e geniale troviamo le opere di Enrico David, Liliana Moro e Chiara Fumai.

Un Padiglione sofisticato e potente che colpisce per freschezza formale dentro a una Biennale caratterizzata da opere esteticamente molto pesanti.

“Non esiste il perdersi”?…ma solo il tornare sui propri passi ed è legittimo: regredire non vuol dire peggiorare.

La produzione artistica attuale ha una natura complessa come è complessa la nostra epoca che vi fa da sfondo. May You Live in Interesting Times ritaglia un momento per osservare e guardare questa natura, dentro cose che ancora non conosciamo facendoci comprendere come l’arte e la sua capacità di creare connessioni tra fenomeni molteplici esistano e persistano anche aldilà delle nostre solite categorie di pensiero.

Per info: www.labiennale.org